Il primo (e unico) acquisto serio di un aspirante corridore sono le scarpe - attrezzi che godono di una reputazione spropositata, oggetti dai poteri magici pari a quelli dell’occhio di Sauron.
Le scarpe non sono semplici “calzature”, no: sono un credo, sono il biglietto da visita per ogni podista.
Davvero, l’occhio cade subito lì: due corridori che non si conoscono si “stimano” dalle scarpe indossate, poi dai tempi di gara. Asics buone, Mizuno ok, Saucony decisamente buone. Più la marca è difficilmente reperibile nella grande distribuzione più la stima aumenta. Le marche mainstream sono considerate principalmente merda, soprattutto per le aziende che fanno calzature per ogni tipo di sport, dal cricket al football australiano – tipo Nike, Adidas o Puma.
Perché fondamentalmente il runner è un tipo puro e duro, uno che si è fatto da solo, uno che si fa il culo otto ore al giorno al lavoro e poi passa 3 ore a correre, non come i calciatori o gli altri sportivi blasonati: ecco perché non ama le marche generaliste, quelle che coprono d’oro i loro testimonial.
In ogni caso le scarpe da running costano uno sproposito manco fossero un monolocale in centro: per forza devono avere un qualche potere magico. Poi si indossano ed ecco: un paio di normalissime scarpe da tennis dai colori rubati direttamente da un carrozzone del gay pride.
Esistono diverse categorie di scarpe da running, che spaziano dalla A1 fino alla A5.
Per intenderci, A1 sono fogli di carta forno spacciati per calzature – usate solo ed esclusivamente da campioni – impossibili trovarle nei negozi. Le A2 sono scarpe ultraleggere per professionisti. Le A3 sono normali, le A4 sono studiate per chi poggia il piede diversamente dal resto del mondo. Le A5 praticamente sono scarponcini da montagna per correre dal nonno di Heidi.
Per complicare le cose ci si mette anche l’appoggio del piede: ci si è inventato che le scarpe da corsa possano in qualche modo correggere i difetti plantari di ogni corridore e recuperare millesimi in corsa.
Per sapere quale scarpa comprare, basta immergere il piede nell’unto del bonroll domenicale e poggiarlo su un cartoncino: come un cartomante che legge i fondi del caffè è possibile scoprire se si è pronatori o supinatori. Se non siete dediti al sciamanesimo potete sempre portare il cartoncino al vostro negoziante di fiducia – che farà di tutto per estrarre dalla scatola la scarpa ideale.
Provate ad andare in un negozio specializzato (non le grandi catene sportive, parlo proprio di negozietti che vendono SOLO scarpe da corsa): vedrete delle cose senza alcun senso, commessi stesi per terra per guardare se il vostro tallone poggia prima della pianta o viceversa.
Una volta che la scarpa è stata decisa, sarete smistati come Harry Potter nella vostra casa d’appartenenza: difficilmente cambierete marca durante tutta la vostra vita podistica – e a quella azienda probabilmente dovrete dedicarci fanatismi e un sacrificio di sangue.
Da quel momento le scarpe saranno sempre e solo lodate: le ginocchia potranno scricchiolare come pane carasau ma non importa: la scarpa sarà sempre elogiata come una pantofola, se non altro per la cifra sborsata in negozio. Poi si impareranno i trucchi per pagarle di meno, ma questo è un altro capitolo.